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DSA: conoscerli e riconoscerli

La vita scolastica di chi ha un Disturbo Specifico dell’Apprendimento può essere piuttosto difficile, non solo a scuola, ma anche a casa. A scuola il problema è sempre diverso, a seconda sia del tipo di disturbo, sia dell’età e quindi anche della classe frequentata. In linea di massima, si verifica che, nell’ambito dei diversi cicli scolastici, man mano che la classe frequentata cresce (Prima, Seconda, Terza…), con essa crescono i problemi. Le richieste legate all’apprendimento si fanno sempre più importanti e così il disturbo si fa “sentire” sempre di più. Questa tendenza, però, può col tempo cambiare, quando gli studenti, crescendo, tendono a “compensare” i propri disturbi: può accadere (e di fatto accade spesso) che, già nei primi anni di scuola Secondaria di II grado, si assista ad un evidente cambiamento, grazie al quale l’adolescente tende a fare sempre meno fatica. A ciò concorre, da un lato, il fatto che la diagnosi sia stata fatta tempestivamente, e quindi si siano attivati precocemente tutti gli aiuti indispensabili; dall’altro lato, alla compensazione concorrono la crescita e la conoscenza di se stessi, dei propri limiti e delle proprie possibilità. Ciò consente un’auto regolazione delle strategie di apprendimento, che rendono quest’ultimo sempre più rapido ed efficace. La diagnosi è comunque elemento indispensabile dalla classe terza elementare in poi, perché consente di individuare la tipologia di disturbo e la “comorbilità”, cioè la presenza contemporanea di più disturbi.

Campanelli d'allarme

I disturbi dell’apprendimento sono vari e differenti tra di loro. Esistono però tratti comuni e ricorrenti tra gli studenti che hanno un DSA ed altrettanto comuni sono alcuni segnali, che possiamo meglio definire come veri e propri “campanelli d’allarme”.

Analizziamo dunque alcuni elementi che sia un genitore, sia un insegnante, possono osservare a partire dalla prima elementare. Sebbene fino al termine della seconda elementare non si possa diagnosticare un DSA, si può comunque procedere ad una prima valutazione nelle sedi opportune (UONPIA o studi privati multidisciplinari) e comunque si può tenere conto delle difficoltà che emergono. Può darsi che la valutazione, una volta effettuata, NON riveli l’esistenza di un DSA, ma di un altro tipo di problematica: sarà stato in ogni caso utilissmo aver individuato rapidamente l’esistenza di difficoltà senza sottovalutarne l’importanza per la vita scolastica del bambino.

1. Lettura e scrittura: il bambino, dalla fine della prima elementare in poi, mostra di non riuscire a leggere in maniera fluente, di fare fatica a mettere insieme le sillabe delle parole; può anche leggere abbastanza bene ma molto lentamente, oppure non comprende ciò che legge. Il suo rapporto con la lettura non si è consolidato, non è “naturale”, ma sempre forzato e difficoltoso. Per quanto riguarda la scrittura, può succedere che il bambino non riesca a scrivere in corsivo, nemmeno lentamente, oppure che scriva ma non riesca ad ottenere un buon risultato estetico o addirittura che la scrittura in corsivo sia poco leggibile. Ancora, può accadere che il bambino scriva in modo chiaro e leggibile ma con molta fatica, segnalando dolore alle mani ed ai polsi e procedendo molto lentamente. Anche in questo caso, il bambino vi sembra che non abbia raggiunto un livello di naturalezza nello scrivere.

2. Calcolo e geometria. Il bambino, dalla fine della prima elmentare, non “vede” senza contare le quantità fino a 5 (le dita o gli insiemi di figure) ed entro il 10; non impara, entro la classe terza elementare, i numeri “amici del 10”; non automatizza le tabelline entro la quarta elementare (ciò significa, in alcuni casi, non ricordarle affatto ed in altri ricordarle ma con lentezza) e fatica a leggere e scrivere i numeri oltre il centinaio. Il bambino, entro la quinta elementare, esegue con fatica le divisioni e le moltiplicazioni, non riesce ad eseguire il calcolo mentale oppure lo esegue molto lentamente. Riguardo la geometria, il bambino fatica a ricordare i tipi di angolo, i tipi di triangolo, le caratteristiche delle figure e le formule delle aree e dei perimetri. Le difficoltà descritte possono presentarsi in maniera isolata o associate le une alle altre e possono essere spie di una discalculia ma anche di dislessia, oltre che di disturbo visuo spaziale.

3. Atteggiamenti. Il bambino, entro gli anni della scuola elementare e in proporzione alla sua età, fatica ad acquisire autonomia nel ricordare gli impegni scolastici, fatica a tenere aggiornato il diario, fatica a tenere in ordine il materiale scolastico e riporta spesso dimenticanze. In classe sembra distrarsi facilmente, oppure appare molto stanco ed “evita” alcune situazioni di apprendimento, come la lettura ad alta voce, l’esposizione alla classe di lavori individuali o di gruppo, le gare in cui bisogna mostrare una certa destrezza cognitiva. Non solo, a volte questi bambini sembrano svogliati e disfattisti, ma spesso si tratta di un atteggiamento dovuto al senso di inadeguatezza di fronte alla richiesta scolastica ed al confronto con i compagni. Questi atteggiamenti, uniti ad un oggettivo riscontro di difficoltà scolastiche che non migliorano nonostante gli sforzi del bambino e gli accorgimenti didattici dell’insegnante, possono essere considerati ulteriori spie per un DSA.

4. Quando sembra incontenibile – è un disturbo del comportamento? Anche se ciò esula dalla dimensione dei disturbi di apprendimento, è bene soffermarci anche sui segnali che possono destare dubbi dal punto di vista del comportamento. Può infatti capitare che i bambini non riescano a rispettare le regole, nonostante i richiami e gli interventi di insegnanti e genitori e nonostante questo possa condurli a continue brutte figure, espulsioni dalla classe, addirittura sospensioni. Al contrario di ciò che accade con gli altri alunni, più questi bambini crescono, più possono diventare difficili da contenere. Non riescono a regolare il proprio comportamento. Senza l’aiuto di uno psicologo esperto, in alcuni casi, non è possibile comprendere e gestire queste situazioni, che compromettono il benessere del bambino a casa e a scuola e della classe nella quale egli è inserito. E’ possibile rivolgersi, in caso di dubbio, proprio ad un esperto, prima che la situazione diventi troppo difficile da gestire per tutti. A chi rivolgersi: la prima cosa è avviare un confronto tra genitori ed insegnanti, per vagliare l’opportunità di un primo consulto con un esperto di Disturbi dell’apprendimento o del comportamento, in modo che si possa avviare una prima valutazione. L’esperto può essere lo psicologo o il neuropsicologo, da consultare presso le ASL, le UONPIA o privatamente

Quando i disturbi sono associati (comorbilità)

Tenendo conto dell’età, della classe, della severità e della comorbilità con altri disturbi, possiamo individuare alcuni fatti ricorrenti ed osservabili tra i bambini della scuola primaria e secondaria di I grado. Di seguito proponiamo una sintetica disanima della questione.

DISLESSIA + DISTURBO VISUO SPAZIALE

La Dislessia può essere associata ad un disturbo visuo spaziale, che comporta difficoltà ulteriori nella decodifica di immagini disegnate, grafici, schemi con numeri, organizzazione del foglio e padroneggiamento dello spazio sul banco e nella classe. Importante sottolineare che: il bambino con dislessia e disturbo visuo spaziale ha difficoltà più o meno importanti sia nel campo della lettura e scrittura, sia nel campo dei concetti topologici principali, della memoria di figure, discernimento delle loro proprietà, memoria di cifre (tabelline ed equivalenze ad esempio), incolonnamento di numeri nelle quattro operazioni, risoluzione di problemi aritmetici e geometrici.

DISLESSIA + DISTURBO VISUO SPAZIALE + DISCALCULIA

Questi tre disturbi possono essere associati o presentarsi in modo diverso. Ad esempio, il bambino può NON ESSERE DISLESSICO ma essere DISCALCULICO con disturbo visuo spaziale associato. Tale situazione si presenta abbastanza frequentemente ed ovviamente aggrava le difficoltà del bambino. La Discalculia può presentarsi in grado lieve, medio o severo e interessa diverse aree in maniera sempre particolare. Tipicamente si osservano, alla fine del percorso di scuola Primaria: mancato automatismo dei conti con i “numeri amici” che formano sempre 10; insicurezza nella lettura dei numeri e del posizionamento di cifre; difficoltà e a volte impossibilità nel memorizzare le tabelline; mancato apprendimento delle tecniche per il calcolo veloce entro la fine della quinta elementare; mancato automatismo nella lettura dell’orologio; difficoltà nel ricordare la differenza tra i vari tipi di frazione; difficoltà nel riconoscimento automatico dei poligoni e delle loro proprietà entro la fine della quinta. Soprattutto se associata a dislessia, si osserva anche difficoltà nell’interpretazione e risoluzione dei problemi aritmetici.

QUALI CANALI ATTIVARE E POTENZIARE NELL’APPRENDIMENTO DELLO STUDENTE DISLESSICO: IL PENSIERO LATERALE E LA CREATIVITA’

Leonardo da Vinci, Michelangelo, Beethoven, Agatha Christie, Picasso e molti attori attuali, da Jack Nicholson a Orlando Bloom, hanno tutti una “caratteristica” in comune: la dislessia. I dislessici, pur avendo un disturbo specifico della lettura, della scrittura e/o della comprensione del testo scritto, hanno una spiccata abilità nell’usare il PENSIERO LATERALE, quindi la fantasia e la capacità di sviluppare il pensiero visivo, che consente loro di concretizzare, come tutti gli altri individui, le proprie ambizioni e aspirazioni, con il fine di realizzarsi nella vita. La scuola oggi è obbligata ad essere sempre più attenta ai BISOGNI EDUCATIVI SPECIALI di ogni studente e deve quindi attrezzarsi per individuare sempre più percorsi di apprendimento che utilizzino il pensiero visivo e che educhino alla creatività.

CHE COS’E’ IL PENSIERO LATERALE?

Il PENSIERO LATERALE è stato teorizzato dallo psicologo e medico contemporaneo Edward De Bono: può essere sinteticamente definito come un modo “indiretto” per risolvere i problemi, ovvero provare a guardare l’obiettivo da raggiungere da diverse angolazioni, con un metodo che potrebbe essere definito “investigativo”. Il pensiero laterale si articola quindi sui FATTI e non sulle supposizioni, suddividendo i singoli elementi per poi riordinarli attraverso vari tentativi fino a giungere alla soluzione corretta. Il pensiero laterale si contrappone al pensiero verticale e la differenza consiste nel fatto che il secondo è un pensiero logico, selettivo e sequenziale, mentre il primo è GENERATIVO, cioè in grado di trovare nuove idee attraverso percorsi alternativi. Pensiero laterale e pensiero verticale sono abbinati ai due emisferi cerebrali destro e sinistro e al loro modo diverso di affrontare la realtà. I bambini con DSA sembrano utilizzare maggiormente l’emisfero destro nell’apprendimento. Per questo motivo diventa di fondamentale rilevanza comprendere cosa sia il pensiero laterale, al fine di impostare una didattica adeguata.

Per poter agire sul pensiero laterale è infatti importante l’atteggiamento dell’adulto:

  • Rilassato e spontaneo nell’affrontare le discipline di studio
  • Concentrato e attento, in un primo momento, a rilevare le competenze acquisite e lavorare sulla parte del compito più semplice
  • Aperto alla possibilità di giocare con le idee del bambino.

Pensiero verticale e pensiero laterale nella scuola devono essere complementari, uno non esclude l’altro, per consentire un apprendimento significativo. I vantaggi dell’applicazione del pensiero laterale sono infatti l’incoraggiamento costante all’apertura verso nuove idee, che porta ad acquisire la consapevolezza che anche gli ostacoli più grandi possono essere superati. Il bambino dislessico necessita oggi proprio di questa spinta a volare verso l’alto.

DISLESSIA E BISOGNI EDUCATIVI SPECIALI: VERSO UN METODO DIDATTICO CREATIVO

Gli insegnanti si trovano oggi a vivere una profonda complessità all’interno delle proprie classi, in quanto i bisogni e gli stili di apprendimento dei bambini si fanno via via più diversificati. La legislazione corrente, peraltro, tutela il diritto all’istruzione degli studenti introducendo i concetti di BISOGNI EDUCATIVI SPECIALI e di INCLUSIONE SCOLASTICA (Direttiva Ministeriale del 27 dicembre 2012) a completamento delle leggi sulla disabilità (L.104/92) e sulla dislessia (L.170/2010).

In questo panorama, COSA POSSONO E DEVONO FARE LE INSEGNANTI?

  • Prendere consapevolezza che il bambino dislessico non ragiona e non può apprendere attraverso gli stessi identici canali dei bambini non dislessici. Il suo sguardo e il suo approccio all’apprendimento sono diversi. Non tenere conto di ciò è come obbligare un mancino ad imparare a scrivere forzatamente con la mano destra, forzatura inutile, o peggio, dannosa.
  • Sostenere il pensiero ed il modo di ragionare del bambino dislessico aiutandolo a trovare le soluzioni attraverso processi mentali creativi. Questo metodo implica che l’ERRORE non è più di per sé sinonimo di insuccesso, ma veicolo per scoprire e sperimentare altre soluzioni. “Sbagliando si impara” dovrebbe essere il motto di una scuola che promuove l’automiglioramento. Una didattica quindi esperienziale, soprattutto nell’area scientifica e della produzione linguistica, stimola ed educa il pensiero laterale e creativo.
  • Sostenere la condivisione e lo scambio di idee, prendendole in considerazione tutte. Non si dovrebbe mai giudicare o “deridere” nemmeno la frase che sembra più “assurda”, ma indirizzare il bambino ad una contestualizzazione di quanto esprime. In questo modo si interiorizzano anche il criterio di pertinenza, la capacità di compiere scelte lessicali, crescendo, sempre più specifiche per ogni disciplina e la capacità di argomentazione.
  • Sviluppare la capacità di porre domande: la domanda genera CURIOSITA’ e la curiosità è di per sé un buon veicolo per prolungare i tempi di attenzione e concentrazione (che spesso nei bambini con disturbo specifico dell’apprendimento sono brevi rispetto alla norma). Il bambino è curioso per natura e questo è un elemento importante su cui strutturare le attività didattiche. Dal saper attivare questa passione iniziale deriva un’altra componente fondamentale del processo di apprendimento creativo: la costanza nel tempo.
  • Attuare un approccio integrato tra le diverse discipline: materie come arte, musica, educazione motoria, possono, se ben coordinate all’interno del Piano Didattico Personalizzato, diventare canali molto potenti per l’apprendimento delle altre materie, come la matematica, lo studio della storia, della geografia e delle scienze. Questo approccio consente di mettere in atto la COMBINAZIONE SELETTIVA, ovvero la capacità di collegare informazioni, anche afferenti a campi disciplinari diversi, in modo creativo. La conseguenza di tutto ciò è l’attivazione della CAPACITA’ DI CREARE RELAZIONI fra concetti, abilità indispensabile per la risoluzione dei problemi, la scrittura di testi, lo studio della storia, della chimica…
  • Utilizzare con costanza le mappe mentali. Queste consentono di fissare le idee e registrarle per poi renderle oggetto di rielaborazioni fino al raggiungimento della competenza prefissata. Le mappe mentali sono lo strumento che meglio si adatta al modo di apprendere del bambino dislessico. La sfida più difficile quindi ad oggi per le insegnanti è sostenere i particolari talenti dei bambini dislessici, evitando di farli sentire meno dotati degli altri data la loro peculiare difficoltà a leggere o scrivere. La tecnologia in questo senso è un valido sostegno ed è dovere di ogni soggetto educante stare al passo con questi strumenti agevolandone e implementandole l’utilizzo. Sgravare un bambino dislessico dal calcolo scritto o dalla ripetitività di alcune gesti grazie all’uso costante degli strumenti compensativi, non vuol dire esonerarlo da alcuni apprendimenti o renderlo diverso dal resto della classe, ma dargli la concreta possibilità di accedere alla conoscenza e alle competenze attese attraverso il modo di apprendere più adatto a lui: aprirsi alla creatività per sviluppare al massimo il proprio potenziale.

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